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RASSEGNA STAMPA

 

E' musica popolare, viene da lontano ed ha ancora strada davanti

Accanto a Raffaello in questo disco, un piccolo parterre de roi, almeno per il settore: Giuliana De Donno, Massimo Giuntini (Modena City Ramblers), Nando Citarella (Tamburi del Vesuvio), e gli inseparabili Stefano Manelfi, Carlo Ferretti ed Alessandro Strinati. Il risultato sono dodici canzoni per 44 minuti di musica che vanno dalla lauda alla canzone dialettale, da un'imprevista cover di "Gracias a la vida" di Violeta Parra, a poesie prestigiose ("L'acustica del mare Egeo" di Franco Pistoni, a brani solo musicali ("Santiago" che chiude il disco). E se questa è l'apertura del disco, immaginatevi il resto!: “Imbottiti come sono .di mare e martiri lune, i miei sguardi zavorra che attendono lettere o navi dall’Egitto. Condanna dei profeti li macchia, li spreme, nessun oblio alla fame, controra di marzo, il Sole mi determina neve, alla ricerca sempre, di non so più che cosa,  fino alla fine. fino alla fine del mondo”. "Controentu" è un disco che conquista piano piano, ma quando ti entra dentro, si conficca sotto pelle con unghiette prensili, ti afferra i sentimenti e non li molla "Fino alla fine", tanto per citare un altro dei punti forti del disco, uno dei brani che più persegue, anche dichiarandolo nel testo, questa sorta di sincretismo pan-mediterraneo. Leon Ravasi

 

L'anima dei Balcani dal retrogusto celtico

"Imbottiti come sono di mare e martiri lune, / i miei sguardi zavorra / che attendono lettere / o navi dall'Egitto, / condanna dei Profeti li macchia, li spreme: / nessun oblio alla fame. / Controra di marzo, / il Sole, mi determina neve, / alla ricerca, sempre, / di non so più che cosa, / fino alla fine, fino alla fine del mondo" . Comincia con questi versi (scritti e recitati da Franco Pistoni) di Acustica del Mare Egeo, un viaggio dall'Italia verso mete come la Grecia e l'Albania con una barca che rema lasciando dietro di sé anche qualche chiazza rarefatta di una fascinazione celtica. Un'opinione di Groudy Blue

 

Senza orpelli e compiacimenti, dei nomi, la polvere. Del mondo i suoi frantumi, dell'io i tanti che Franco raccoglie, senza una via, un sentiero, ma scavando a mani nude un suolo arido, secco, e dove il respiro non può dispiegarsi ma viene interrotto in un ritmo percussivo, sincopato, in un battere costante, un continuo allarme, senza ristoro, dove pure la nostalgia (di un ristoro e di un
altrove) si è persa. Non resta che presente frantumato, passi nella terra desolata dove nulla più ha identità, vita propria compiuta, ma dove l'incompiuto, anche del verso, domina. Rovine del mondo, rovine del discorso. Sussulti, contrazioni, strette che seguono a strette. Sono strettoie, anfratti
, impossibilità. Non si può che cercare e nulla è trovato una volta per tutte. Nulla consola. Siamo prima della parola e della storia. Mi ha fatto piacere conoscerlo e leggerlo. Marco Caporali

 

FRANCO PISTONI, IL CARISMA DELL’ATTORE

“Incontrare Franco Pistoni è un piacere. Capisci subito di trovarti davanti ad una persona speciale, di cultura, carica di professionalità, versatilità e magnetismo. Un personaggio semplicemente da amare che tanto potrebbe contribuire allo sviluppo delle attività culturali nel nostro territorio e non solo.” Franco Pistoni ha attraversato, nella sua carriera, tutti i generi e i ruoli: drammatico e comico; da attore, regista, autore e musicista; teatro, cinema e televisione. E sempre con grande successo rappresentando autori classici e moderni. Esordisce nel cinema con il film “Il nome della rosa”, lavorando con grandi registi come Bertolucci, Magni, Chiesa, Base, Troisi, Baricco. Negli anni 90 rappresenta opere di ricerca teatrale in tutto il mondo. Ha ricevuto molti riconoscimenti e premi. Ha inoltre pubblicato quattro raccolte di poesie: L’acustica del Mar Egeo, Emporio di Razza, Risonanze di Costola e Delle Nuvole ogni Sera, Resiste. L’attore è “un mestiere che non lascia traccia” perché fluisce e dura solo nel mistero del presente, piega un’esistenza, l’approssima all’arcano della maschera donandogli un’invincibile malinconia. Quando ha capito veramente che la sua vita sarebbe stata quella dell' attore? Fare l’attore è il mio mestiere, quello che, bene o male, siamo tutti costretti a svolgere per sopravvivere, non lo considero la mia vita. Ho compreso che era il mio mestiere quando, molti anni fa, figlio della mia generazione, ebbi modo di incontrare il Living Theatre e vidi che questo lavoro poteva anche avere dei risvolti interessanti per la mia evoluzione interiore, non solo per soddisfare le vanità o le frustrazioni giovanili. A che cosa è legata la sua crescita artistica? Indissolubilmente alla mia ricerca interiore e, naturalmente, all’esperienza che via via si insedia con il tempo, nella tecnica del mestiere. Qual’ è la principale qualità per diventare oggi un buon attore? Avere appoggi politici. Scherzi a parte, ma mica tanto, credo che, per come si sono involute le cose, oggi, un attore può soltanto indossare il costume adatto, tenere alla meno peggio gli atteggiamenti appropriati e fare le smorfie che richiede il regista. Essere attori, alle origini, era tutt’altro, come ho scritto nel mio sito, aveva un altro e Alto significato, ormai perduto, se non in rarissimi casi. Questo mondo è di quantità non più di qualità. Qual è stato il momento più bello della sua vita? Quando è nata mia figlia. Cosa le fa paura della vita? La mancanza di salute fisica e psichica, perché quando si soffre, non si riesce ad apprezzare nulla della vita, si perde il contatto con la bellezza del vivere e la possibilità di essere dentro di sé. Si descriva con tre parole. Ora essere qui. Fernando Felli



Grande successo su RAI 1 – Dall’attore Franco Pistoni alla band di Marco Graziosi.

Oltre 7 milioni di spettatori per la fiction andata in onda domenica e lunedì su RAI 1 ‘Rino Gaetano – ma il cielo è sempre più blu’. Cominciamo da Franco Pistoni, classe 1956, schivo e professionale nell’interpretare i suoi personaggi: dal frate lettore de ‘Il nome della rosa’ a ‘Il Barone di Munchausen’ all’’Edipo Re’ di Fabio Sonzogni. E adesso quel bellissimo cammeo nella fiction dedicata a Rino Gaetano in cui dà corpo allo scemo del villaggio che da un marciapiede apostrofa il cantautore con il tormentone demenziale ‘Nun te reggae più, Dc Psi, Pci Pli’ ispirandogli uno dei brani più amati del suo repertorio. Franco Pistoni è seduto per terra quando vede Rino Gaetano, interpretato da Claudio Santamaria, e ne resta fulminato, la scossa è reciproca. « A contagiarmi il virus dell’attore, fu l’arrivo a Rieti nei primi anni Settanta del Living Theater – racconta Pistoni, che in questi giorni è a casa per un inconveniente di salute che lo ha costretto a interrompere le recite al Teatro Argentina di Roma dove lavora in ‘Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura’ di Marco Baliani – Ma dovevo scegliere tra fare l’impiegato alle Poste o fare la valigia e affrontare il mondo. Ho scelto la seconda ed eccomi qua». Davvero ‘eccomi qua’, perché Pistoni ha nel suo curriculum oltre 30 film, dieci anni di teatro con la Socìetas Raffaello Sanzio e 8 fiction televisive, cui va aggiunta l’ultima su Rino Gaetano. Il Messaggero Marisa Gervasi

 

Novara: uno degli spettacoli più sconvolgenti degli ultimi tempi con Franco Pistoni

Franco Pistoni è lo straordinario interprete. Alto, lo sguardo febbrile, sembra incarnare meravigliosamente ascetismo e patologia. Affronta il suo personaggio con un parlato scabro, asciutto, efficacissimo. Illuminato dalle fiammelle delle candele e dalle sottili lame di pochi riflettori, vive il proprio calvario umano e spirituale mentre gli vengono incontro, a intermittenza, gli altri personaggi dello spettacolo.

Osvaldo Guerrieri – LA STAMPA

 

L’attore, Franco Pistoni, una maschera, la sua, di grande tragicità, quasi una figura di quei Sacri Monti del Piemonte.

Domenico Rigotti – AVVENIRE

 

Franco Pistoni spicca per il suo magnetismo scenico, per la capacità tutta particolare di trasmettere il tragicomico, il dolore, la follia.

Grazia Lago – L’UMANITA’

 

Ma pur nei passaggi più delicati resta intatto il fascino di quella radicalità contestativa, quello «schierarsi» senza riserve da parte del protagonista interpretato da un attore nuovo ed inquietante, Franco Pistoni, che usa i propri eccessi ( dalla statura agli occhi, alle mani ai capelli ) per tratteggiare un essere «altro».

Gianfranco Capitta – IL MANIFESTO

 

Se lo spettacolo vive come vive è per l’immagine posta al centro a incarnare il protagonista, che si macera nel dubbio ma agli altri sa trasmettere una famigliarità innocente ( cioè il suo attaccamento alla vita ), un’immagine forte come Paolo Tonti nell’immedesimarsi nell’Amleto regredito della Raffaello Sanzio. Se esiste un’ambiguità inafferrabile in quest’uomo travagliato dalla miseria, ma in grado di comunicare quello che non ha, Franco Pistoni ce la trasmette con la concretezza essenziale del suo aderire alle cose, qui dove è palpabile anche il male, ma si nega la consistenza dell’inferno se non come un mentale sartiano «non amore». Ed ecco quei gesti terreni a volte disarticolati dalle parole, l’intensità ispirata dei primi piani, gli occhi divenuti quasi tumide protesi sugli zigomi, il bianco torso di ossa scoperto per le visite mediche, le mani che parlano tramite il divaricarsi delle lunghe dita. Tutto diventa incredibilmente vero nell’immediatezza di questo attore, anche l’evidenziarsi del male fisico e le allusioni cristologiche, mentre il suo parlato rifiuta psicologismi e inflessioni, come una voce che l’oltrepassasse. Una rappresentazione inattesa e da non perdere: dovremmo sentirne parlare a lungo, nonostante la sordità e i preconcetti dei circuiti, gran guaio del nostro teatro.

Franco Quadri – LA REPUBBLICA

 

Ma quello che di nuovo e di meraviglioso c’è, ora, è un alito di incantata ironia, nata dalle invenzioni del gruppo, segnatamente dall’inserimento in esso di Franco Pistoni, fatto, per quant’è lungo, di teatro puro a ventiquattro carati.

Giuseppe Rocca – PAESE SERA

 

Franco Pistoni, unico attore professionista della «Sanzio», non è nuovo a raffigurazioni del dolore, del disamore. Qui è un Lucifero beffato, costretto a recitare la parola del suo nemico e quando deve dire di sé, a urlare. Franco è anche un poeta, petroso e sognante che nella sua parola poetica ha anticipato raffigurazioni luciferine, assumendo la contrazione dell’esistere fino allo spasimo, con una sprezzatura che lo inorgoglisce.

M.B. – MONDO SABINO

 

È un’ipotesi drammaturgica, spaziale e registica che passa attraverso la presenza dell’attore, il suo impegno ad essere i personaggi. E qui spiccano la figura alta, persino iconograficamente pertinente del bravo Franco Pistoni che rende assai bene il senso tragico di una giovinezza destinata alla morte, il dolore asciutto e duro.

Maria Grazia Gregori – L’UNITA’

 

Franco, dal volto intenso e scavato, che nella sua estrema magrezza dà però l’idea di una pericolosa forza, è S. Francesco, un pazzo della terra che non si pone il problema del peccato o della colpa, ma dell’innocenza.

Maurizio Buscarino -  Per antiche vie – La giornata libera di un fotografo

 

E fra noi si impone la presenza di Franco Pistoni, straordinario interprete, destinato a questo ruolo fin dalla faccia gotica e dalle mani nodose, profondamente intriso del suo personaggio fino a un livello di compensazione fisica che ricorda certi spettacoli di Grotowski.

Ugo Volli – GRAZIA

                                                                                                                                  

Una rosa nero scarlatto

Bisogna essere topi d’appartamento per rubare alla sua bocca qualche parola, bisogna conoscerlo da oltre trent’anni per comprendere ogni sfumatura del suo sguardo, bisogna far poco rumore per entrare nelle sue più intime confessioni, bisogna conoscere molte lingue per cogliere dalla sua flebile voce ogni pur minima emozione. Poche persone, troppo poche a nostro avviso, hanno saputo e voluto porre l’accento sulle doti artistiche ed umane di quest’uomo ed oggi, alla soglia dei suoi quarant’anni, ci fa immenso piacere averlo rincontrato ancora umile, gentile e cortese come lo avevamo lasciato tanti anni fa, quando il primo approccio con l’arte di Franco Pistoni, la musica, fu partorito da quel fermento giovanile degli anni settanta che lo trovava puntualmente presente ad ogni richiamo alternativo. Suonava il basso e si difendeva bene sulle ‘quattro corde’. Già da allora il suo carattere schivo e silenzioso iniziava a prendere delle precise connotazioni; scelse infatti di dedicarsi ad un genere meno chiassoso e più impegnativo: nella sua cantina si suonava rigorosamente jazz, funky e pop: l’evasione dal nulla cominciava così.

Maurizio Festuccia - FORMAT

 

Lo spettacolo è l’abbacinante testimonianza di un teatro-documento non riconoscibile altrove. Lo ha nobilitato l’interpretazione di Franco Pistoni: non so, a vederlo e sentirlo così, nell’asciuttezza ascetica della figura, nell’allucinazione dello sguardo, nel soffio dolente della voce, nella misura ispirata del gesto, chi altri avrebbe potuto, meglio di lui, assumere il destino di questo personaggio che – come scrisse Marcel Arland - «ha ricevuto da Dio una missione che soltanto Dio avrebbe potuto compiere perfettamente». È azzardato, tra tanto cattivo gusto e mediocri spettacoli, augurarci che sia portato a lungo anche altrove?

Carlo Maria Pensa – FAMIGLIA CRISTIANA

 

Dostoevskij teatro d’ombre

C’è l’usuraio di «La mite», uno splendido, scarnificato Pistoni, che ben rappresenta l’incapacità ad accettare la vita e gli effetti di un distorto senso del dovere. «Io pretendo ordine dai miei pensieri – urla -. Io sono un mostro del silenzio. Ho vissuto intere tragedie nel silenzio». E il pubblico, folto ed entusiasta, si sente alla fine più testimone e partecipe a un rito che spettatore. r. sil.

 

Patalogo 21 – Referendum Ubu

Franco Pistoni, l’ospite privo di convenevoli e che sembra uscito da un fotogramma di Murnau in Hansel e Gretel della Socìetas Raffaello Sanzio.

Paolo Ruffini

 

Franco Pistoni ovvero il teatro dell’impurità, il sangue versato sul palcoscenico, Orfeo e Narciso

Di Franco Pistoni si sa già abbastanza. Pubblico e critica hanno accolto con ammirazione il rigore e la versatilità dimostrati dall’attore, fin dagli esordi. Un critico come Franco Quadri ha elogiato la nuda e vibrante tragicità, la sua recitazione dura, asciutta, graffiante. Dunque, Franco, tu hai anche un progetto, un pensiero sul teatro? Il teatro è il luogo del mistico. Intendo un luogo di mente, di senso, dove si consuma un’esperienza limite, il punto di incontro e di conflitto tra il pensiero e il sangue. Mi riporto al teatro delle origini, quando il «levarsi» di una voce sulla scena significava l’apertura su un orizzonte diverso da quello quotidiano, abituale. Segnava l’ingresso nel mondo delle domande fondamentali. Un’operazione violenta, quasi contro natura, per cui lo spettatore era obbligato a soffermarsi sul perché dell’esistenza, del dolore. Anche della gioia. Il teatro, per me, apre il sipario proprio su questo. È un ingresso ardito, difficile, che non ci assicura della verità, ma ne indica un possibile percorso. Questo è il «tragico»: aprire l’involucro delle cose, staccare il pensiero dalle necessità contingenti e liberarlo nella sua tensione verso un «altrove». La nostra società è molto premurosa contro il disagio, ci anestetizza e ci toglie la possibilità della domanda, quella volontà di sapere che ci tormenta. Ricacciata nel fondo da questa etica del consumo, che ci obbliga a vivere tutto in superficie, la domanda si nasconde, si incattivisce, esplode sul pianeta nelle molteplici forme di violenza che ci stanno distruggendo. In questa tua visione ‘tragica’ del teatro, che posto ha l’attore?  L’artista in genere, ha due possibilità di intervento che mi piace riferire a due figure mitologiche. C’è Narciso, che aderisce alla nostra società dell’immagine, si compiace di sé e dell’autocompiacimento che induce negli altri, utilizza la tecnica e il corpo perché tutto rimanga a pelo d’acqua, sullo specchio della fontana – di cui oggi, lo schermo televisivo è il micidiale replicante – dove Narciso finisce per affogare, riproducendosi in migliaia di maschere che rendono virtuale e improponibile ogni forma di relazione tra gli uomini. L’altro è Orfeo, che non esita a scendere nell’Ade, valica la porta dell’inferno, la forza ad aprirsi su una comunicazione originaria con il «sacro», apre un varco alla tensione antichissima dell’uomo verso l’impossibile. La naturalezza delle cose non esiste più, Orfeo si piega a vivere l’impurità, ma l’impuro è anche l’incontro, la possibilità di scambio, una via verso la gioia. In questo senso parlo di «teatro dell’impurità». Certo, entrambe le figure hanno un destino tragico: Narciso perisce nella fonte, Orfeo è dilaniato dalle donne tracie. Nei tuoi lavori con compagnie diverse, hai realizzato questo tuo progetto teatrale? In parte, si. Volutamente, non mi sono mai fermato in un gruppo, ma di ognuno ho conservato il meglio, per proseguire la mia ricerca., In questa tua visione disperante ma non disperata, del presente, c’è posto per la gioia, per la bellezza?  La gioia, si. È sempre più difficile percepirla perché è una sostanza molto volatile. La bellezza è equilibrio, è il centro della stabilità. Come dice Peter Brook «se lo spettacolo non ci fa perdere l’equilibrio, la serata è squilibrata».

Sandro Bartolucci – MONDO SABINO

 

La gente entra in silenzio, ordinatamente, come in chiesa. Comincia così, in un’atmosfera rarefatta d’attesa, lo spettacolo. E l’attesa diventa brivido quando il corridoio centrale è attraversato dalla figura alta, sottile, vestita di nero, di Franco Pistoni, il protagonista. La tensione dello spettacolo gravita attorno a lui: «sa haute silhouette noire», il viso affilato, la voce che esce quasi con sforzo, a fiotti, con respiri alternati – uno lungo e due e o tre brevi – gli occhi grigio-azzurri dilatati in un’espressione ossessiva, le mani enormi che si rattrappiscono sul ventre piatto a simulare gli spasmi di un dolore mortale, tutto in lui emana una tensione estremamente teatrale.

Giovanna Zofrea – IL NUOVO VERONESE

 

E la regia, con scelta alla Bresson, si avvale di attori che sembrano «essere» più che «apparire», così Franco Pistoni con i suoi sorrisi infantili, sembra più incarnare il protagonista che non rappresentarlo: il suo «essere» riesce a superare lo scarto che c’è tra la pagina scritta e la rappresentazione.

Magda Poli – CORRIERE DELLA SERA

 

Per tornare a Trieste, diremo che a sipario aperto la maschera di Franco Pistoni ha garantito al suo Malvolio, infelice e beffato, dei fragorosi battimani.

Roberto Canziani – IL PICCOLO

 

In questo gioco di raccordi testo-gesto gli attori (limpidi anche nella dizione, misurati nella comicità) sono bravissimi. Domina il Pistoni, applaudito a scena aperta: un Malvolio che puntella con tic, gorgoglii e tremori amorosi la propria vanità perbenista nelle scene delle giarrettiere gialle e della falsa lettera d’amore di Lady Olivia.

Ugo Ronfani – IL GIORNO

 

Con Shakespeare di Giorgio Barberio Corsetti

E il maggiordomo Malvolio ha il corpo e il volto di Franco Pistoni, che dalla sua infelicità beffata dalla natura e dagli uomini trae irresistibili gorgoglii ansimanti ( ben più vissuti e doloranti, ad esempio, della macchietta leziosa che ne fece a suo tempo Romolo Valli ).

Gianfranco Capitta – IL MANIFESTO

 

Qui le parole sono cadute dentro una metrica che dà lo stridore delle ruote delle carovane lungo le strade che portano chissà dove. Le maree, un qualsiasi sud, i duri selciati delle strade dell’anima: la recita della fantasia, delle pulsioni. Infatti Franco Pistoni è un teatrante nel senso defilippiano del termine. La vita, per lui, è teatro ch’egli rappresenta, tra silenzi e parola, sulle ribalte dell’esistenza in un girovagare tra i tormenti del mondo che a volte descrive in poesie dalle metriche che sembrano rifuggire la burocrazia del verso. Pistoni viaggia, sulla geografia dei copioni e delle parole, tra i sud della sua fantasia, come il nibbio che scarta il vento ma che senza vento non può vivere.

A. F. Milli - FRONTIERA

 

Ma soprattutto in Franco Pistoni, il Curato, la profondità della domanda, l’intelligenza del distacco, l’ironia di voler capire ciò che dalla nascita ci appartiene e non per questo smette di chiamarci, chiedendoci assensi e dissensi per molti irrisolti. Come un uomo sul rogo dello spirito, gli occhi umidi, la voce guerriera sempre uguale, senza cambiamenti di toni, di velocità o di espressione, Pistoni ha bruciato la sua passione indicando alla fine una luce. Un’Alba.

Elena Gaiardoni – L’ARENA DI VERONA

 

Da togliere il fiato è la scena d’apertura. Davanti a un fondale dipinto con facciata di case su un canale, Pistoni, con una lunga giacca nera e una tuba di seta legge frasi in ebraico per un devoto, rigidamente ortodosso, uditorio.

Affascinanti sono le lunghe dita, mobili come quelle di un burattinaio, che danno forma alle parole, le prime parole della Bibbia.

Hanny Alkema – TROW  AMSTERDAM

 

Franco Pistoni: un autentico «jolly» con i tempi e le funzioni del classico tormentone surreale. Pronto ad interpretare, come un Fregoli o un Brachetti, diversi ruoli.

Nico Garrone – LA REPUBBLICA

 

Si chiude il conto. Stasera un colpo di versi cancellerà per un momento il mondo (Manlio Sgalambro). Il fascino dell’insolubile nella poesia di Franco Pistoni.

Il motivo per cui Franco si trattiene,  da anni, come attore presso la «Raffaello Sanzio» si giustifica per un’ intesa profonda tra la sua poesia e questo teatro. Fin dagli esordi, Franco trasferisce nella sua poesia l’esperienza di un attrito bruciante con l’esistente. Un rifiuto, una frontiera invalicabile che lo sgomenta. Eppure il lui sgorga una sorgente inarrestabile di voluttà di starci al mondo, un bisogno insopprimibile di contiguità con l’altro. Dopo il primo sussulto, l’amarezza di una ingratitudine, Franco opporrà al mondo la sua voce mansueta, ma intrattabile, senza tregua. All’insulto levato contro di lui, reagisce rendendosi introvabile. Non perderà la sua fisionomia, la sua identità. Ma la rivendicherà imprendibile, in un suo vivere senza fissa dimora. Si vota ad un nomadismo dell’anima che, non a caso, gli fa scegliere la professione dell’attore: entrare e uscire dai personaggi, sue dimore temporanee. L’unica sua residenza conosciuta sarà quella impalpabile, imprendibile della poesia. La sua voce, per quanto offesa dalle paure, decimata dalla resistenza che deve opporre a quanto minaccia di dilaniarlo, si costruisce a poco a poco, in piccoli fonemi di salvaguardia che diventano frasi liriche, una nuova dimora in poesia. Superate le barriere del sospetto e dello sdegno, gli affetti trovano un rifugio, un laboratorio, un luogo dove celebrare i riti della parola. La grande tradizione poetica italiana è la matrice del suo verso. L’endecasillabo si distende aereo su superfici scabre; l’interpunzione ossessiva serve a custodire la cosa detta, a preservarla dai saccheggi del senso, che avverte attorno a sé minacciosi. Una prosodia e un lessico aulici, che pure riferiscono direttamente sulla catastrofe attuale. Frequente è nelle sue liriche il termine «battaglia» che, da una parte, esprime il suo scontro, in campo aperto, con le perfidie del cibo virtuale che ci ammannisce il presente. Dall’altra, «battaglia» è propriamente il conflitto insanabile che si agita dentro di lui, ai confini tra cuore e cervello. Come Lucifero ( la parte che interpreta in «Genesi» ), si sente smarrito di fronte a una ‘colpa’ che gli viene imputata, ma che si rifiuta di indossare come un guanto. Nella sua poesia, Franco denuncia una ‘caduta’ di cui non sa darsi pace. Come l’Adamo di Kierkegaard, messo al mondo a sua insaputa, protesta: «Io non sono stato consultato!». Questo tema ‘religioso’ pervade la sua poesia, una religione senza credo e senza osanna. Qualcosa di immeritato gli sta accadendo, senza giustificazione sta crollando «ab abisso ad abyssum»: tuttavia non bestemmia, né riconosce supino, come Giobbe, i misteriosi voleri divini. Rincorre, in un gesto di infanzia antica, la domanda sull’essere, che ogni volta ricade in un pozzo di silenzi. Ma come in Holderlin, tra gli dei che non sono più e il dio che deve venire, sboccia in Franco la poesia. Cuore e cervello collidono tra loro e ne nasce una vigorosa intelligenza del sangue, che nutre il simbolo poetico anche nell’eccidio del ragionevole e dello sperato; l’impulso frenato, frazionato da destini avversi, genera per reazione un eroe ultravioletto che ritaglia, sul corpo esasperato, alvei di ibernazione, dove ancora può alitare il soffio caldo del desiderio. Nel suo verso di pietra, una lettura, condotta a diaframma molto compresso, riesce a evocare le figure di una cosmogonia sotterranea, ma rigogliosa e impaziente. Poesia notturna, canti raccolti sulle labbra di un’utopia ferita a morte, astronomia delle culle stellari dove il nero è lucente come latte.

Bartolucci – MONDO SABINO 

 

Ma stavolta spunta un terzo, anzi dei terzi, con il fare sgraziato e opaco della realtà: un becchino, un assistente sociale, un politico-imbonitore, un sacerdote sui generis – carrellata di deviazioni accettate come norma – affidati tutti alla maschera straordinaria di Franco Pistoni ( un attore che già si era fatto notare ne La dodicesima notte proposta da Barberio Corsetti ).

Katia Ippaso – L’INFORMAZIONE

 

Franco Pistoni in un accurato completo nero, è Lucifero. Altrettanto bene avrebbe potuto recitare la parte di Dio. Lui apre lo spettacolo con la parola «berescit» – ebraico antico per «in principio» – quando la terra era deserta e vuota, Dio creò la luce e vide che era cosa buona.

Pieter Bots – HET PAROOL

 

Poesia scabra, incisiva, essenziale, quella di Franco Pistoni, che travasa in versi netti la crisi esistenziale con estrema capacità traduttiva d’immagini. È poesia nuova, lontana dai languori e dai formalismi barocchi, d’intonazione amara e realistica che sembra frantumarsi nel racconto delle aggrumate esperienze quotidiane ma che trova la sua innegabile unità nell’essere emanazione sincera del cumulo delle realtà emergenti dagli accadimenti del nostro tempo. Senza fronzoli retorici o infioriture superflue.

Tanino Biondo – Poeti  italiani del nostro tempo

 

Franco Pistoni è tornato sulle scene, questa volta in veste teatrale, con «Hänsel e Gretel» in esclusiva nazionale al Teatro Valle di Roma, con la regia di Romeo Castellucci. Grazie Franco. Per averci condotto in questo viaggio nelle tue vesti di cantastorie, forse imperturbabile e distante, eppure infinitamente profondo ed introspettivo. L’attore reatino è geniale nel modulare la voce, nella sua struttura fisica, nelle movenze, nelle attitudini.

Alessandra Pasqualotto – IL TEMPO

 

Per festeggiare i settecento anni dalla morte del Papa Celestino V si è presentata La pietra di Celestino. A dar corpo alla figura del santo, Franco Pistoni che ne ha splendidamente ritratto il crescente disagio dinanzi alle incombenze del comando sino alla finale tormentata rinuncia.

Lorenzo Tozzi – IL TEMPO

 

«Festa del Sommerso» che si tenne per due serate, nell’autunno del 1983, nel dopolavoro della Snia. Un gruppo organizzativo riuscì a coinvolgere un pubblico di mille persone attorno a interventi di poesia, musica, arti della voce e del corpo. Ricordo, per tutti, la straordinaria performance di Franco Pistoni intitolata «Ribellarsi? E perché?» che, sulle musiche di Leo Ferré mimava, mansueto ribelle, un ‘mistero doloroso’ sul consumismo montante di quegli anni.

Sandro Bartolucci – MONDO SABINO

 

Farfalle nere a Rotterdam

E’ ispirato al racconto Farfalle di Ian McEwan  Foglie di Cemento, cortometraggio italiano in concorso a Rotterdam 2003. Lo firma l’esordiente Fabio Sonzogni che lo ha scritto a 4 mani con Mauro Babini. In scena il fatale triangolo tra un’angelica e due adulti, uno dei quali ha il corpo fibroso e le fantasmatiche movenze di Franco Pistoni, straordinario performer della Socìetas Raffaello Sanzio ( l’ormai storica compagnia che ha sovvertito le regole del teatro ) già visto in Il Nome della Rosa.

Miriam Tola – tamtamcinema.it

 

Il gruppo Raffaello Sanzio in uno spettacolo affascinante

A far da guida ai 60 curiosi che inseguono «l’abissale percorso di due bambini», c’è anche un narratore che ha il sembiante del bravo Franco Pistoni. Qui però la bravura è superata, non si tratta di interpretare ma di «essere», sia per chi sta di là che per chi guarda nel miracolo di chi inventa e recita storie come questa, una fantasia «fatta della stessa stoffa dei sogni».

Franco Quadri – LA REPUBBLICA

 

Molte cose sconvolgono ma la gioia della creatività sfrenata non è mai distante. Pistoni, dalle lunghe dita, intona un melodico lamento ebraico. Dopo un po’ si denuda e s’infila tra due pali che si allungano fino al soffitto, mentre il sonoro esplode in un agonizzante grido di feedback. Il risultato, come un brano musicale accattivante, è uno spettacolo che sarei certamente disposto a rivedere per cinque sere di seguito in una sola settimana.

Mark Fisher – THE GLASGOW HERALD

 

La polvere estetica

Pilade, interpretato dall’attore Franco Pistoni, attraversa la scena. È di schiena, eretto su un paio di scarponcini, le sue gambe assomigliano ai sottili arti di una gru. È ricoperto di polvere bianca e cammina su un impiantito polveroso che le luci di scena rendono giallastro. Siamo nell’Orestea. L’immagine sta sulla copertina del libro che raccoglie i testi del teatro della Raffaello Sanzio dal 1992 al 1999. Questa bellissima immagine di copertina, che i titoli bucano in bianco con grande discrezione, quasi a non voler sottrarre forza alla figura che è in cammino verso il fondo (come una statua di Giacometti: in cammino e insieme eternamente ferma), ben rappresenta il senso del lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio.

Marco Belpoliti – IL MANIFESTO

 

Necessaria è la presenza poetica di Franco Pistoni (attore di teatro e di cinema, oltre tutto): non un rigo, non un verso della sua produzione è triste spargimento di inchiostro e di sentimenti. Ogni sua parola sta lì dove deve essere, carica di vita e di speranze raggranellate lungo i margini delle abitudini collettive, sugli orli abissali e tra le carte di una scrivania.  Lo sguardo di Franco tradisce quel che gli occhi raccontano e si affida alla doppia vista di cui è dotato, alla seconda vista capace di scorgere, dietro il manto dei quieti rapporti sociali, lo sfaldarsi del giorno dopo giorno, l’impossibilità dell’amore, l’appigliarsi a una fede qualsiasi per dirsi saggi e fuggirsi. Da molto non sentivo un inno così vero. Da molto, leggendo, non sentivo stridore e «sabbia fra i denti» (I.Calvino) ovvero tutto ciò che può servirci a essere, a muoverci dai nostri spesso immondi sistemi morali.

Gianluca Paciucci

 

Lo squilibrio perfetto di Franco Pistoni, la metamorfosi dell’attore, idealista ‘militante’

Nella nebbia, s’intravede un corpo, il frammento di un volto, il pallore stanco di millenni. L’espressione, quella di Franco Pistoni, resta aggrappata ai suoi gesti che annaspano, che si affaticano nell’aria densa, ancora alla ricerca di qualcosa. Finché non giunge alla porta stretta, che apre un passaggio per andare oltre, per andare «altrove»:

attraversarla è doloroso. Ma dopo quel passaggio, l’attore, l’uomo non è più quello di una volta. Metamorfosi è quel passaggio, metamorfosi e nascita a nuova vita. Così, sul palcoscenico della Genesi, andato in scena al teatro Argentina di Roma, per la regia di Romeo Castellucci, Franco Pistoni era «Lucifero». Così, sulla scena reale, Franco Pistoni prosegue il suo cammino, attraverso il dubbio, alla ricerca di una verità. Prima, la musica, l’esperienza con il Living Theatre di Julian Beck, con Neiwiller a Napoli, Santagata e Morganti a Firenze, Barberio Corsetti. Poi, la celluloide: lo sguardo lontano del frate medievale ne Il nome della rosa di Jean Jacques Annaud, accanto a Sean Connery, le apparizioni nei film di Troisi, Magni, Giulio Base, Paolo Benvenuti. Quindi la poesia,  diario discreto di un percorso lungo e combattuto. A Roma, la platea si è alzata in piedi ed è rimasta a lungo ad applaudire. Franco Pistoni, primo attore, ambasciatore della vita dopo la morte, è ancora lontano dal raggiungere un proprio equilibrio. Ma, come diceva il grande regista Peter Brook, «bisogna lavorare sullo squilibrio per raggiungere una perfetta forma teatrale». Ed esistenziale.

Barbara Bonomi – FRONTIERA

 

Genesi è stata esaltata dalla critica e riconosciuta con il premio Ubu 2000 come miglior messinscena della stagione. L’interpretazione di Franco Pistoni nella parte del diavolo: la sua bravura, nella sua breve apparizione, ha lasciato un segno.

Laura Bevione, Diego Visone – redazione@drammaturgia.it

 

Franco Pistoni ha recitato nel film ‘Il nome della rosa’

Franco Pistoni, una vita impostata sulla sperimentazione continua, prima musicista poi poeta, danzatore, mimo, attore cinematografico. Neanche dopo la parte interpretata nel film «Il nome della Rosa» si dice soddisfatto, vuole ancora andare avanti. Alto, con un sorriso accattivante, vive in un appartamento non grande ma particolare, contornato dai gatti che vivono con lui. Il corridoio è tappezzato da carte geografiche, e poi foto delle sue esperienze precedenti, foto di scena, quadri, strumenti che testimoniano il suo vecchio passato di musicista. Quattro mesi sul set di un grande film, è stato un momento importante? Soprattutto un’esperienza umana da non dimenticare tanto facilmente. Ci alzavamo tutte le mattine alle quattro e in sala trucco, ogni giorno, dovevo ripassare la tonsura ( il particolare taglio dei capelli dei frati, n.d.r. ), eravamo tutti immersi in un’atmosfera irreale. E il fatto di essere nato nella Valle Santa ti ha aiutato in qualche modo?  Padre Arpa, assistente e consulente spirituale del film, ha consigliato a tutti gli attori di frequentare dei santuari. Io ho visitato quelli della Valle Santa reatina respirandone l’aria mistica.

Dante Fabiani – IL MESSAGGERO

 

Una meravigliosa paura di villaggio in villaggio

Nonostante il calendario fitto di appuntamenti – teatro, cinema - la poesia gli è compagna fedele, lo segue nei camerini, nelle pause tra una ripresa e l’altra, sui tavolini dei bistrot, nel sedile accanto all’oblò di un aereo, una nave. Viaggia molto. In ottobre sarà in Giappone, a Los Angeles, in Corea. Ci sono poi altri impegni a breve termine. Un film, Last Food: una comica amara sul cibo e il cibarsi, giocata sul filo acrobatico tra anoressia e bulimia. «In nessuna parte di terra mi posso accasare» (Ungaretti, Girovago, 1918). L’aggancio con Ungaretti non è azzardato. E si prosegue nel terreno scabro e irritato della poesia di Franco Pistoni dove l’umano, per quanto ristretto in un esilio periferico, è scavato fino a recidere l’ossatura; e tuttavia ogni poesia non esita a riprendere il faticoso e stridente lavoro di penna. Come Ungaretti, tornano vive nel suo verso certe asprezze e ostilità di Clemente Rebora. C’è odio, e anche molta commiserazione. Semantica da cavatori di Apuane e sintassi a blocchi, di cui ogni virgola segnala e trattiene in eco il tonfo. L’oggetto di scrittura, una volta assunto, come da un pozzo profondo, che è il proprio torace e oltre, viene sedotto da artigli, prossimo allo sbrano. Ritorna qui, come su certi vasi greci, la figura della pantera profumata, dedita ad una caccia rischiosa e irrinunciabile: ‘’La pantera, si dice, si rende conto che agli animali selvatici piace fiutare il suo profumo; essa, quindi, per cacciare, si nasconde; gli altri le si avvicinano troppo, e lei agguanta così anche le cerve’’ (Aristotele, Storia degli animali). Il profumo di Franco Pistoni è la sua mansuetudine, che è pure un altro tipo di caccia. Nei suoi versi si alternano misericordia e inclemenza. Ce lo rende contemporaneo un certo uso sublimato della paura, quella che rendeva gli Ungaretti, i Rebora. La sua ironia corrosiva, che è immersione nel disagio presente e sua liquefazione, causa di ulteriori ferite, lo fanno uscire dalla modernità, dal Novecento. Raggirando il superumano di Nietzsche, si tiene più accosto al disumano post-moderno, all’ibrido, al mutante; pur senza condividerne ideologie e mode. In fondo, ogni sua poesia è una performance da body-art. Ha come vicini di casa il robotismo anatomico di Sterlac, il blob metallico che infesta la pelle di Tsukamoto. Tra pochissimi poeti italiani, Franco Pistoni ripercorre il filone ungarettiano della parola di pietra. Ma sospende il giudizio sul bene e sul male. Non sa traguardare una salvezza. Offre schegge nude di esistenza. Il bene è una pietanza ormai fredda. Il male, un oggetto quotidiano, forse un elettrodomestico. Non stupisce perciò che la sua arte dell’ attore l’abbia offerta a personaggi smarriti e irremovibili, come, ultimamente, un Dante lunare, quasi larva di don Chisciotte nel film «Enthusiasmòs»; o il protagonista di «Foglie di Cemento», un corto di Fabio Sonzogni ( Premio miglior attore protagonista Montelanico 2003 ), tratto da un racconto di Mc Ewan, dove un adulto e una bambina si sperimentano incautamente, ma con leggerezza, lungo i crinali dell’efferato. Ma Franco Pistoni sa anche andare contro corrente. Riappropriarsi, tra i molti «io» che ne disegnano il profilo, di carezze e di tepori in angoli imprevedibili. Un sublime domestico dove il cuore, per solito troppo vicino alle ossa, si fa tessuto morbido, da bambola; e invece di arroventarsi, si culla. Un meno raggelato sentire, cosparso di ironia soffice, a velo, perlata.

Bartolucci – MONDO SABINO

 

Delle nuvole, ogni sera, resiste – Franco Pistoni, poesie, L’Autore Libri, Firenze

Un ottimo libro. Da meritarsi il massimo degli asterischi senza ombra di dubbio e potrebbe non essere necessario aggiungere altro in quanto i libri è sempre difficile descriverli, meglio comprarli e leggerli, magari facendosi guidare da piccole segnalazioni come queste. Ma, essendo il primo volume di Pistoni che leggo, mi è doveroso aggiungermi al coro di consensi che l’autore riscuote. La sua è letteratura più che poesia nel doppio senso che questa affermazione contiene.

Moreno Botti – IL TIZZONE

 

L’acustica del Mar Egeo – Franco Pistoni, poesie, L’Autore Libri, Firenze

Con le poesie raccolte ne «L’acustica del mar Egeo»,Franco Pistoni avanza i suoi passi sull’asfalto bollente del nostro vivere sociale, un attimo prima che l’angoscia e/o la rabbia inducano allo scoramento, alla pietrificazione ideale, alla furia di distruggersi. Ma anche alla speranza di rinascere. Il poeta scava i suoi temi, accende occasioni per una nuova ricerca, scopre fratelli immaginari nell’utopia e nel sogno candido. E s’avvicina loro con la precisione tagliente e acuta dell’intelligenza. Domani sapremo il punto per soffrire, le debolezze e i peccati. E il sacrificio poetico per conservare insieme all’illusione d’avventura, di tentazione, la coscienza della sensibilità, il segreto della tenerezza.

 

Ancora di scena, nella splendida Sala del Parlamento del Castello di Udine, la straordinaria vicenda umana del giovane parroco di «Diario di un curato di campagna» di Bernanos; la parabola di un uomo consumato dalla malattia, ma capace di superare il dolore e la paura, di donare e creare vita, di «toccare» gli altri cambiando e trasformando la loro esistenza. Franco Pistoni, il protagonista, ha ottenuto proprio in questi giorni la «nomination» al Premio Ubu, il più prestigioso riconoscimento teatrale italiano, per la sua intensa interpretazione. Incontriamo l’attore pochi minuti prima che sulla scena prenda nuovamente «vita» la storia del giovane parroco. Perché il testo di Bernanos?  Volevamo raccontare, affrontare in teatro ‘la malattia’, in un primo tempo pensavamo alla ‘Montagna incantata’ di Mann, poi abbiamo scelto di raccontare l’esistenza del giovane curato consumato dal cancro Qual è la chiave interpretativa? Non c’è un’unica, chiara e precisa chiave interpretativa del testo, l’approccio è stato ‘laico’, lasciamo allo spettatore la libertà di decidere la propria lettura. Anche se oggi lo portiamo in scena con l’occhio della contemporaneità Cioè? Negli anni ’70 il curato poteva venire interpretato come un paladino della fede, un martire. Oggi è un uomo: alla fine dello spettacolo infatti il curato si toglie l’abito da prete e va a morire in camicia e pantaloni; la scena si ferma al limite della visione cattolica del ‘Corpo di Cristo’. È proprio in quel punto che noi ci arrestiamo Come hai affrontato il personaggio del curato? Ho attinto dalle mie esperienze, dalla mia vita: quando devo interpretare un sentimento come il dolore vado alla ricerca di una sofferenza che ho realmente vissuto e la trasporto in scena, così per tutti gli altri sentimenti Specularità tra te e il personaggio? Ce ne sono, ma la più interessante è questo ‘senso religioso’ dell’esistenza. Da sempre cerco di capire, di trovare una risposta al ‘mistero della vita’, in varie direzioni. Ora sono ad un punto preciso Cioè?  Il dubbio. Credo infatti che anche il curato incarni il dubbio. Ogni sua certezza è una maschera che indossa per celare a se stesso e agli altri, la terribile paura della morte. Non a caso quando muore dice, con un grande sorriso liberatorio: ‘Tutto è grazia’. Ma mentre lo dice, il sorriso svanisce, per lasciare posto alla maschera della morte.

Maria Carolina Terzi – IL GAZZETTINO

 

L’attore Franco Pistoni, ha la voce calda, salmodiante, dal ritmo pressante, ossessionante, dall’incedere aereo e trascinante. Nella preghiera coinvolge, negli incontri prevale. Superba ed esperta statura d’attore vanta precedenti artistici notevoli unitamente a esperienze cinematografiche.

Federico Esposito – IL MESSAGGERO VENETO

 

Affrontare il mito – intervista a Romeo Castellucci

Mi sono chiesto se questo ebraico, che risuona con la lontananza arcana di una formula magica con risvolti di durezza, vuol avere una concretezza di parola reale: o piuttosto quale sia il rapporto dell’attore Pistoni, prima che di Lucifero, col linguaggio. Qui ha fatto un lavoro straordinario Chiara Guidi perché ha lavorato, con Franco Pistoni, anche sul suono, sul timbro dell’ebraico, non conoscendone il significato, perché Franco ha preso lezioni limitatamente alla pronuncia; a Chiara e a Franco quindi il significato delle parole rimaneva inaccessibile, però valeva il fatto della lamentazione, della musicalità, della nostalgia, dello strappo e della condizione di scacco di ogni parlare. Poi c’è stato tutto un lavoro sul suono e sulla gestualità, delle mani soprattutto.

Franco Quadri – LA PORTA APERTA

 

Perché Foglie di Cemento colpisce così profondamente? Per la forza evocativa delle immagini, per la fotografia che sparge di cenere tutto il mondo, per la sottile e diffusa inquietudine che spira gelida tra strade polverose e farfalle solo sognate. E per la bravura dei protagonisti. Alla bellezza angelica della giovane protagonista (Guillet Irene) fa da contrasto la grottesca figura di Franco Pistoni, marionetta disarticolata dallo sguardo carico di sofferenza e dagli occhi pregni di abissale malinconia. Un nome che ci riserviamo di raccomandare caldamente.

di Cesare Paris - KWCINEMA

 

Franco Pistoni, premi a volontà per l’attore reatino

Lo si vede in giro per la città, talvolta in un supermercato o in bici con la sua bambina. Qualcuno si volta ancora a guardarlo incuriosito dal suo aspetto insolito, dall’altezza rilevante che lo rendono simile a certe effigi scolpite nel legno dagli artisti africani: « È attraverso il mio lavoro, che ho avuto la fortuna di capire, ad un certo punto, di come la nostra società sia basata su modelli di fisicità assolutamente privi di concretezza e legati a fattori lontani dal vero modo di essere. In India, una donna che da noi verrebbe classificata come «una grassona» è una bellezza molto ambita dagli uomini mentre, una filiforme top model, che da noi scatena pensieri voluttuosi, lì, sarebbe guardata addirittura con pena. È tutto relativo, quindi, legato oggi, a fattori immaginari e falsi. Basta guardare la televisione e i modelli che ci vengono imposti. Tutto è relativo. Credo che la bellezza, se non è collegata a qualità interiori, può risultare sgradevole: nel mio mestiere ho incontrato moltissime attrici dall’aspetto fisico attraente ed ossessionate da questo, ma totalmente prive di interiorità e, sinceramente, era agghiacciante persino chiedergli che ora fosse. Siamo arrivati, del resto, ad iniettarci plastica nel corpo, perché vittime e schiavi di dettami estetici. La bellezza è finezza, rispetto, garbo, delicatezza. Per quanto mi riguarda, è stata un’ulteriore lotta far capire che non ero solo «un magro», ma che lì, in scena, so trasmettere realmente emozioni. Mi spiace sempre, per loro, quando alcuni critici rimangono solo sulla superficie e non sanno guardare oltre. Del resto, nel pubblicare cinque libri, non credo sia stata importante la mia struttura fisica, ma l’interno». La sua città d’origine lo ha riconosciuto nel celebre film ‘’Il nome della rosa’’, poi lo ha perso di vista, sottovalutando una serie di interpretazioni che gli sono valse definizioni di tutto rispetto come ‘l’essere fatto, per quant’è lungo, di teatro puro a ventiquattro carati’ (Rocca di Paese Sera). « C’è quel detto, in latino, che suona più o meno: nessuno è profeta in patria. C’è scarsa serietà e professionalità da parte degli «addetti culturali», anche ignoranza, nel senso che si ignorano le vicende di chi, come me, lavora oltre le mura, ma ignorano anche cosa c’è dentro le mura. Rieti è piena di talenti che però non lottano contro la propria debolezza per trasformarla in forza ed anche volendo, non ci sono proprio strutture serie qui, che possano favorire attività come la mia che difficilmente interessa dato il nutrimento che può dare, non certamente economico né politico. Continuano a costruire grossi centri commerciali, ma prendi l’ex zuccherificio, per esempio: non sarebbe meravigliosamente utile e vitale per le future generazioni, trasformarlo in una cittadella della cultura? Musica, danza, teatro, biblioteca, sale espositive. Non capisco. E comunque, sono dovuto fuggire non solo da Rieti, ma addirittura dall’Italia. Lavoro sempre più spesso in Europa, negli Stati Uniti, e, ultimamente, anche in Oriente e Australia. Mi viene in mente una canzone di Gaber: «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono». Pistoni è passato indifferentemente dal teatro al cinema e viceversa, al fianco di attori famosi, ma solo alcuni di loro hanno lasciato un segno « I grandi attori, oggi, si trovano in teatro e non nel cinema, dove spesso incontro «figli, nipoti, cugini d’arte», che sfruttano o sono sfruttati dal cognome per avere un successo davvero immeritato oppure altre che agitano le loro «zone siliconate» per essere considerate delle star. Ma dov’è il rispetto per se stessi e per gli altri?. Ricordo attori come Sean Connery, Ben Gazzarra, Giannini, Mastroianni, Laura Morante, Troisi, Vittorio Gassman, grandi professionisti incontrati sui set, ma ripeto, l’espressione più vera e umana, di questo mestiere, l’ho incontrata in teatro, con nomi sconosciuti ai più, come Antonio Neiwiller, Claudio Morganti, Claudia Castellucci, Paolo Tonti, Paolo Guidi». Franco è pronto a partire per una nuova grande avventura che questa volta potrebbe svolgersi a pochi passi da qui « Mi sto concentrando su un mio progetto teatrale, Giardini Pensili di Babilonia con il gruppo che avrei intenzione di formare, l’ E. P. M. Theater e, mi piacerebbe molto, se riuscissi a trovare delle strutture che mi permettessero di lavorare e collaborare con artisti locali. Pur considerandomi ormai un «senza patria», sento sempre ed ovunque il richiamo sottile e invisibile delle mie radici, tanto che sto tentando di aprire, a Piedicolle, un Centro di Ricerca, ma, e non è solo un problema legato alla nostra città, se si tenta una progettazione a livello culturale, la politica, la burocrazia, l’economia, restano sempre mura invalicabili. Comunque speriamo: non si dice forse che le «trombe hanno abbattuto le mura di Gerico?».

Stefania Santoprete – FORMAT

 

Abbiamo colto volentieri questa nuova occasione, convinti della validità dei versi e fedeli ad un compito di ricerca di nuove presenze nella poesia dei nostri anni, al di fuori di consolidate egemonie e di logiche baronali.

Gloria di carri di sole si infrange e frantuma nei versi di Franco Pistoni in molecole di esistenziale scontentezza che nei versi è alchimia contorta, negazione.

Carmelo Pirrera – Presenze

 

Festival D'Avignon, au Gymnase Abanel, du tragique pour la fin du millénaire

Avec « Giulio Cesare », à partir de Shakespeare et d’historiens latins, non sans humour, le théâtre de cette fin de siècle malade, dans un décor d’apocalypse grise peuplée d’animaux (chat, renard) naturalisés, il n’en demeure pas moins qu’elle est frappante grâce au climat de cauchemar instauré par la présence de  Franco Pistoni, dont la maigreur  évoque celle des sculptures de Giacometti.

Jean-Pierre Leonardini – L’Humanité

 

 Con le fantasmatiche movenze di Franco Pistoni e l’abile uso della steadycam, il corto Concrete Leaves  - "inquietante come il volo di una farfalla nera" per la giuria del Genova Film Festival che gli ha attribuito il primo premio (così come in altri cinque festival internazionali) - ha varcato i confini arrivando nelle sale di New York, Parigi, Madrid, Rotterdam e Bruxelles.

LAB 80 - Auditorium Bergamo

 

Dialetto, Reggae e Arpa celtica: il CD di Raffaello Simeoni.

L’Acustica del Mare Egeo, poesia di Franco Pistoni (sua anche la voce), sembra chiudere il cielo di nubi e poi squarciarlo ‘alla ricerca, sempre, di non so più che cosa. Fino alla fine, fino alla fine del mondo’. E Fino alla fine del mondo si slega dalle parole e naviga tra schiuma bianca e pelle bruciata dal sole, tra il suono del rabab e delle congas, diventando coro e lamento, velo di carezze e impulso. Silenzio.

Matteo Puzelli - Frontiera

 

Il Canto della Fenice – Sergio Carmesini interpretato da Franco Pistoni.

Franco Pistoni ha trasformato il ‘Canto della Fenice’ , poesie di Sergio Carmesini, in spettacolo di alto livello culturale. Musicista, regista e attore di teatro di successo, con puntate nel cinema, conosciuto ormai a livello internazionale, Franco Pistoni, ha voluto regalare alla sua città, una serata di grande cultura e dimostrando che anche la Sabina è in grado di fornire stelle al firmamento della cultura mondiale. Egli ha saputo trasferire le emozioni poetiche nel pubblico presente, porgendole all’orecchio ed alla vista, con una recitazione piena di suggestione. La gestualità mimica che gli proviene dalle prime esperienze artistiche come mimo, lo aiuta molto nel suo modo originale di leggere i versi lirici, molto diverso da quello tradizionale più ampolloso. Perfetto l’inserimento dell’ensemble musicale. Speriamo ardentemente che queste serate vadano riproposte.

Gianfranco Paris - Mondo Sabino

 

Edipo Re. Il protagonista Franco Pistoni presenta la nuova versione teatrale della tragedia di Sofocle in prima nazionale al Donizetti.

Sarà un Edipo maturo, già segnato dal suo destino tragico e avrà il volto nodoso di Franco Pistoni, uno degli attori italiani dopo tutto più sottovalutati, malgrado tre nomination al Premio Ubu negli anni ’90 e il Premio Jury des Jeunes al Festival di Locarno per il film Confortorio. La sua carriera teatrale ha incrociato la strada di alcuni dei migliori gruppi e registi italiani, quella cinematografica lo ha visto recitare in più di trenta produzioni. «Il mio Edipo – racconta Pistoni - sarà un uomo in cammino, uno che ascende a una conoscenza superiore, elevandosi da uno stato materiale e basso della Coscienza. Questo è il nostro tentativo: fare, del personaggio, del mito, un uomo. Tutti noi siamo sollecitati dalla nostra vita, ma la maggioranza non coglie o mette da parte questi segni. Edipo no: va fino in fondo per conoscere e capire il senso della propria esistenza, accettando consapevolmente il dolore e la sofferenza che ciò comporta. Ho conosciuto Sonzogni – riprende Pistoni, attore/simbolo della Societas Raffaello Sanzio negli anni ‘90 – quattro anni fa, quando mi chiamò per il suo cortometraggio Foglie di Cemento. Il film ebbe molti premi e un discreto circuito all’estero: l’intesa è stata immediata, al di là della fortuna di quel lavoro. Fabio ed io condividiamo la stessa visione della vita e dell’arte: cerchiamo entrambi di essere sempre onesti nei confronti di ciò che crediamo e facciamo». E’ questo il filo rosso che unisce il percorso teatrale di Pistoni, folgorato dal Living Theatre agli inizi, visto con Santagata, Martone e Corsetti poi, interprete di un Diario di un Curato di campagna da Bernanos per Pontedera Teatro (passato anche da Bergamo una dozzina d’anni fa), impostosi con la Raffaello Sanzio. E’ il fior fiore del nuovo teatro italiano, pur con fortissime differenze estetiche e stilistiche: «Ho sempre cercato di lavorare accanto ad artisti che esprimessero una qualità artistica e, soprattutto, umana, e ho avuto la fortuna di essere apprezzato e cercato». Con la Raffaello Sanzio fu acclamato, anche quando le produzioni sollevavano scandalo: «Succedeva solo in Italia, per la verità. Ci attaccavano perché avevamo il coraggio di toccare argomenti ed elementi che la cultura e la morale ufficiale imponevano di mettere ai margini, come l’handicap. Ci accusavano di sfruttarlo, invece noi affermavamo la bellezza di ciò che si conviene di considerare brutto e il suo potere di suggerire una nuova chiave di lettura del mondo». Viene da chiedersi cosa, di queste esperienze (dall’Orestea al Giulio Cesare a Genesi, per citarne alcune), resti addosso a Pistoni, anche in questo Edipo: «Ogni attore porta con sé le esperienze che ha fatto, in scena e nella vita. Ecco, con la Raffaello Sanzio ho provato per otto anni, girando il mondo, una perfetta identità tra arte e vita. Non c’era la routine che, fatalmente, avvelena un po’ il mestiere, ma una grande famigliarità. Mi resta dentro questo ideale». Non c’è solo questo, evidentemente. E’ rimasta, di quegli anni, la disponibilità a rischiare: «Uno spettacolo del genere, e lo dico soprattutto riferendomi a Fabio, richiede un coraggio un po’ folle. La situazione italiana, con un mercato bloccato e una politica che mortifica la cultura, non concede spazio agli indipendenti. Ma per me non c’è alternativa: uno deve fare ciò che sente, senza retorica». Lo spettacolo rappresenta in effetti una sfida interessante. «La traduzione – commenta Pistoni – è secondo me molto interessante, soprattutto nuova e originale. Non è facile portarla alle labbra, abbiamo svolto un lavoro meticoloso di preparazione sull’uso della voce, prima di affrontare il palcoscenico». In più c’è un cast molto promettente. Tiresia è il regista e coreografo giapponese Hal Yamanouchi, Creonte è Andrea Soffiantini, attore testoriano e frequente compagno di lavoro di Branciaroli, Marco Mete (la voce italiana di Bruce Willis e Robin Williams), Gabriele Parrillo e Enrichetta Bortolani completano la compagnia.  

Pier Giorgio Nosari – L’ECO DI BERGAMO

  

Edipo, la tragedia del fato in scena a Milano.

Intensa è l’interpretazione del protagonista, Franco Pistoni, che bene incarna la parabola drammatica del suo personaggio: da re amato e ammirato diviene sciagurata vittima del destino. Ecco che, al termine della tragedia, l’attore si spoglia degli abiti di scena e affida al suo corpo magrissimo la rappresentazione del dolore di Edipo.

Maria Adele de Francisci – IFG online

 

Sofocle, Pinter e Pirandello: la scena è dei classici.

Un Edipo Re forse non canonico, ma fedele e assai efficace quello presentato al pubblico italiano dove non assistiamo a una rilettura del grande testo, a una sua interpretazione, ma alla sua nuda realtà con personaggi ben scavati. E’ la storia impossibile della nostra coscienza. Bravo il regista Sonzogni e bravi gli attori, con un Franco Pistoni il cui corpo, via via sempre più scolpito dalle luci, sembra aprirsi a rivelare la creatura orribile che non sapeva di esistere. A questi spettacoli, il pubblico risponde numeroso, con grandi applausi, anche senza bisogno di troppa pubblicità.

Luca DoninelliL’AVVENIRE

 

Edipo, il grande re è soltanto un uomo. Ritmo incalzante, bravi gli attori, lungo applauso del pubblico al protagonista Franco Pistoni.

Edipo è un cieco. Lo è fin dall’inizio: non vede e non si lascia vedere per quello che è, un uomo contaminato, in un Teatro Donizetti tutto esaurito. Lo spettacolo ha il merito di tenersi in equilibrio tra il significato interiore della vicenda (la scoperta di sé) e la sua valenza collettiva. All’interno di questa struttura gli attori si liberano con un ritmo via via incalzante e Franco Pistoni assume su di sé l’impronta tragica del destino di Edipo: dizione ingolata, ripulita da ogni altro effetto, tenuta volutamente al minimo. Il pubblico segue con crescente interesse e alla fine tributa un lungo applauso, soprattutto a Pistoni. Buon segno, per un buon spettacolo.

P. G. N. – L’Eco di Bergamo

 

 “Fare la regia dell’Edipo re - conclude Sonzogni - è stato come trovarsi su una lastra di cristallo sotto la quale s’intravedono fughe negli abissi dell’io ed oltre; questo mi è capitato e questo ho voluto raccontare”. Questa lettura dell’Edipo re ha portato Sonzogni a inserire nel cast un attore come Franco Pistoni, grande interprete di cinema e di teatro, che con la sua figura magra, il volto scavato diventa icona della sete di conoscenza dell’uomo alla ricerca di se stesso. L’interpretazione di Tiresia è affidata al giapponese Hal Yamanouchi, regista, attore di cinema e di teatro, coreografo. Al loro fianco c’è una voce conosciuta al pubblico: Marco Mete è doppiatore di attori famosi come Bruce Willis, Robin Williams, Kevin Bacon.

KARASCIO’ - Spettacoli

 

«Per rappresentare questa metamorfosi continua e inarrestabile dell'identità di Edipo - continua il regista - ho voluto in scena un attore particolare: Franco Pistoni. La sua fisicità, il senso tragico che si porta addosso, l'essere così scavato, nodoso, corrispondono ad una strabordante umanità. Franco rappresenta la caduta verticale di Edipo, il precipitare dentro lo specchio, superare il limite, abitare in un mondo altro, parallelo, dove la vista non serve più, dove serve lo sguardo, quello che ti permette di guardare dentro le cose, di oltrepassare l'apparenza, quello che ti fa scoprire la soluzione all'enigma».

Valentina Fontana – IL GIORNALE

 

 


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